Wednesday, July 05, 2006

COMUNICATO STAMPA DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI DEL 5 LUGLIO 2006

A PROPOSITO DELLE LIBERALIZZAZIONI DI BERSANI

Sorprende che tutte le sinistre governative (PRC-PdCI-Verdi-Sinistra D.S.) siano diventate paladine delle liberalizzazioni.
Certo, le misure varate da Bersani- come tutte le misure liberiste- colpiscono anche categorie privilegiate degli strati superiori delle classi medie e le loro rendite di posizione (come nel caso dei notai).
Ma al tempo stesso:

A) Accelerano ed estendono l’ulteriore privatizzazione dei servizi pubblici locali, a danno dei lavoratori del settore (bassi salari e precarizzazione del lavoro incentivati dalla liberalizzazione delle gare d’appalto) e dei consumatori-utenti (abbassamento della qualità del servizio) : e questo al solo scopo di fornire nuovi spazi di accumulazione e profitto a precisi interessi privati.

B) Colpiscono settori di piccolo lavoro autonomo( tassisti) in una logica di industrializzazione capitalistica delle loro attività tradizionali( accumulo delle licenze), con effetti di impoverimento sociale e di precarizzazione del lavoro: e ciò con l’unico fine di aprire spazi di investimento al grande capitale e a interessi speculativi.

C) Preparano la strada a politiche più generali di liberalizzazione- privatizzazione nel campo dell’energia , dei trasporti, dei diritti del lavoro, delle prestazioni sociali,lungo le direttrici bipartizan dell’Agenda di Lisbona e della Commissione Europea, e secondo le linee di fondo dello stesso programma dell’Unione.

E’ allora comprensibile l’entusiasmo di Confindustria.
E’ comprensibile il giudizio e voto favorevole di parte significativa del Centrodestra.
E’ invece sconcertante che le sinistre di governo cantino addirittura vittoria: faranno così anche con il prossimo DPEF su pensioni, sanità, enti locali e pubblico impiego?

E’ possibile e necessaria una battaglia di opposizione da sinistra contro il corso liberalizzatore del governo Prodi. Non certo in difesa di vecchie corporazioni privilegiate o, più semplicemente, dello status quo, ma in una logica di alternativa anticapitalistica che risponda agli interessi veri dei lavoratori, alla necessità di unificazione del mondo del lavoro, alle stesse esigenze dei consumatori.
Nel concreto, ad esempio:

A) Va rivendicata la piena pubblicizzazione dei servizi locali, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori-utenti, con una netta espansione della spesa sociale loro destinata a partire dal campo dei trasporti e dei rifiuti. Costa? Si. Paghino i grandi profitti, le grandi rendite, i grandi patrimoni.

B) Va trasformato il servizio privato di trasporto urbano(taxi) in un vero servizio pubblico:: con l’acquisto delle licenze da parte dell’ente pubblico, a tutela dei risparmi dei lavoratori autonomi; con una assunzione piena e qualificata, a tempo indeterminato, per tutti i lavoratori già in servizio, e la loro trasformazione in lavoratori dipendenti; con un piano di estensione del servizio sul territorio, a vantaggio dell’occupazione e degli utenti. Costa? Si. Paghino i grandi profitti, le grandi rendite, i grandi patrimoni.

Sono solo esempi. Ma riflettono la logica alternativa di un polo di classe indipendente e del suo programma: alternativo sia alle posizioni piccolo borghesi-reazionarie cavalcate da una parte del Centrodestra, sia al liberismo confindustriale del Centro sinistra cui si è accodata la sinistra governativa.

Resta il fatto che il movimento costitutivo del partito comunista dei lavoratori è l’unico soggetto, a sinistra, ad opporsi alla direzione di marcia dei decreti Bersani. Non a caso è l’unica sinistra di opposizione.
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_ Informazione NOD32 1.1317 (20051209)

Wednesday, June 28, 2006

UNA DOVEROSA SPIEGAZIONE

Alcuni amici e compagni che si sono collegati con il blog mi chiedono cosa significhi AZIZ. In arabo, la lingua madre della cultura mediterranea e dei combattenti per la libertà, AZIZ significa Gemma, Pietra Preziosa, Cosa unica e rara, come la Libertà (avremmo potuto anche chiamare il blog SVOBODA in ceko) e soprattutto la stella del sol dell'avvenire. N.d.A.

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO DAL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

LETTERA APERTA
ALLE SINISTRE ITALIANE(PRC-PDCI-VERDI-SINISTRA DS)
AD OGNI LORO DEPUTATO E SENATORE
UN CHIARO “NO” ALLA MISSIONE AFGHANA


Mancano pochi giorni al voto parlamentare sul rifinanziamento della missione militare in Afghanistan.
Decine di migliaia di attivisti dei movimenti, milioni di uomini e di donne del popolo della sinistra (e non solo) hanno l’occhio puntato su questa scadenza.
Vi chiediamo di rispettare la loro domanda di chiarezza.
Abbiamo insieme lottato in questi anni contro le missioni militari, il loro finanziamento, i loro eccidi: in Afghanistan come in Irak. Il fatto che abbiate sottoscritto un programma di governo dell’Unione che rivendica testualmente l’ “Alleanza leale con gli Stati Uniti”, e che abbiate votato la fiducia a questo governo e a questo programma ha già rappresentato, a nostro giudizio, una contraddizione clamorosa con le domande anche solo “pacifiste” , di tanta parte del nostro popolo. Ma ora i nodi stanno venendo al pettine e nuove scelte s’impongono.
Mentre sull’Irak il ministro degli esteri Massimo D’Alema – già responsabile dei criminali bombardamenti sulla Serbia – ha concordato con il governo USA tempi e modi di un ritiro italiano rispettoso delle esigenze delle forze occupanti, il ministro della difesa Parisi assicura il medesimo governo americano circa la continuità della presenza italiana in Afghanistan ed anzi il suo possibile rafforzamento. E’ la traduzione dell’ “Alleanza leale con gli USA”, in continuità con la politica estera di Berlusconi.
Il movimento per il Partito Comunista dei lavoratori trova in questi fatti – prevedibili e previsti – una ragione in più della propria scelta di opposizione al governo Prodi e della necessità di un polo autonomo anticapitalistico. Ma ora che i nodi sono giunti al pettine ,siete voi a dover scegliere, nella chiarezza. Certo, potete scegliere in coerenza col programma di governo cui avete dato fiducia: e dunque omaggiare col sì al rifinanziamento della missione afgana, la fedeltà a Prodi, Rutelli, D’Alema, nonché l’alleanza leale con gli USA. Ma sarebbe la vostra rottura irrecuperabile col senso comune della vostra gente oltreché coi vostri impegni – presi alla lettera – sulla … “non violenza”. Forze salvereste ministeri e sottosegretariati. Ma sareste il giorno dopo ancor più deboli e ricattabili, a fronte delle nuove forche caudine che vi attendono (i sacrifici di Paodoa Schioppa). Sino a quando?
Oppure potete scegliere un atto di salutare “disobbedienza” votando no al rifinanziamento della missione. Certo sarebbe un atto di incoerenza col programma di governo che avete votato. Ma perciò stesso sarebbe una coerenza ritrovata con la domanda dei movimenti e un contributo importante al loro rilancio contro le guerre dell’imperialismo. E’ la scelta che vi chiediamo. E’ la scelta che corrisponde all’interesse generale dei movimenti, delle loro ragioni, della loro autonomia. E’ l’unica scelta che rifiuta di mercanteggiare principi elementari con reali o presunte contropartite “di palazzo”.
Certo, uno scatto di dignità come quello che vi chiediamo potrebbe avere ricadute politiche imprevedibili. Ma vi sottrarrebbe finalmente al ruolo di forze “innocue” e di complemento, come lo stesso Prodi vi ha definito. Riproporrebbe nell’intero paese un crinale distinguibile tra le ragioni di una sinistra, finalmente riconoscibile, e le ragioni del militarismo coloniale che oggi accomuna il centro dell’Unione e il centrodestra. Creerebbe le condizioni di un polo politico di attrazione a sinistra, finalmente autonomo dal centro, capace di lottare per un’alternativa vera alle classi dirigenti del paese.
Se ci obiettate che è una via troppo” radicale” e che voi siete “realisti”, allora potete continuare così come ora: lasciarvi”realisticamente” logorare, giorno dopo giorno, sulla graticola di quei programmi e di quelle politiche che rispondono a Bush e Confindustria, non certo ai lavoratori e ai movimenti. Sino a che, una volta cotti a dovere, non sarete rimpiazzati, allora sì, da qualche forza centrista o più semplicemente seppelliti dalle rovine del centrosinistra.
In ogni caso ,quel che è certo è che dovete scegliere. E che nessuno di voi potrà sottrarsi alle conseguenze della propria scelta.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI




Monday, June 26, 2006

DOPO IL REFERENDUM, ACCORDI IN VISTA?
*) aldo ferrara

Dopo il successo del “No” al referendum, lasciatemi segnalare quanto è avvenuto nella giornata di ieri, in relazioni ai commenti politici. Tra un gol (unico) ed il delirio per una squadra di calcio che dovrebbe essere mandata a casa per direttissima, i commenti politici erano dedicati all’esito del referendum. Non che ci fosse molto da dire, ha vinto il no, con qualche isola di Sì in Lombardia e nel Veneto, le destre meridionali hanno detto che non ci stanno, restano legate comunque alla nostra vecchia cara Costituzione che appare nel volto sorridente e rasserenante del Presidente Scalfaro, tra i Padri di questa Repubblica. Ma il problema non sta qui. Sta in un’altra cosa di cui pochi si stanno accorgendo. I richiami sono diventati continui come quelli della maga Circe e delle sirene. In testa Alemanno, Di Pietro ma il coro è arricchito da Buttiglione ed altri dell’UDC. Ed il problema si chiama con un termine che non piacerà neanche a Giovanni Sartori “ Bicameralismo”, un modo per tornare alla politica della Sala della Regina, quando il consociativismo espresse il suo acme pericoloso per la Repubblica. Pericoloso per questa fragile democrazia, per la capacità di questa classe dirigente di diventare egemonica, senza che nessuno la contrasti. Dunque il pericolo non sta nell’accordo, il ricorso ad una linea compromissoria è tipica di questa Repubblica dove la politica è sempre stata l’arte del possibile. Il pericolo è che manca una vera e forte opposizione capace di aprire gli occhi politici agli italiani. Non dimenticheremo che anche Bertinotti il puro e duro, trovò modo di affermare in Bicamerale che la sussidiarietà dello Stato era cosa possibile in tema di sanità ed istruzione. Insomma il compromesso, o meglio la compromissione, è dietro l’angolo. Il tentativo di creare una larga intesa sulle Riforme costituzionali è palese così come è evidente il timore di rifare una bicamerale con gli esiti che sappiamo. I modi per incontrarsi sono tanti: anche la Commissione Affari Costituzionali può diventare una nuova bicamerale. Ribadisco: il problema è invece un altro, sta sparendo il crinale, già vago e poco visibile, tra maggioranza ed opposizione. L’affare De Gregorio, quello della Commissione Difesa Senato, che naturalmente porta il marchio dipietrista, dalla natura politica incerta e poco affidabile, indica quanto siano indistinti, imprecisi e mescolati i ruoli di governo, di maggioranza e di opposizione. E’ molto verosimile che una resa dei conti si sviluppi anche nella destra con un ridimensionamento del ruolo e della efficacia politica di mister B. Ed il ruolo di UDC crescerà quale ponte stabile con la maggioranza. Non è difficile prevedere per Bottiglione o forse per Bruno Tabacci, un incarico di prestigio, nel segno di un affrancamento degli ex-dc che si sposteranno su ruoli sempre più di primo piano. Questa dunque non è una maggioranza spostata su posizioni di sinistra ma sempre più disposta ad aperture verso le destre, certo le meno reazionarie, ma sempre destre sono.
Il consociativismo, ossia la mancata distinzione tra ruoli di maggioranza ed opposizione, è nei fatti e si tramuterà anche in accordi economici, in affari e quant’altro consenta a questa classe dirigente di governare? No! Di lavorare ? no! Di durare, solo di durare, per dirla con parole non mie, ma di Giovanni Sartori.

LA LUNGA MARCIA DELLA SINISTRA ITALIANA OVVERO DELLA DERIVA CAPITALISTICA

E' NATA UNA NUOVA FORMAZIONE COMUNISTA, il Partito Comunista dei Lavoratori, voluto tra gli altri compagni da Marco Ferrando e Franco Grisolia.

di Aldo Ferrara

La nascita del Governo Prodi e le modalità con cui esso si proietta nel panorama politico, anche europeo, danno adito ad una serie di riflessioni sulla composizione della sinistra italiana e sul suo ruolo. Quando il mondo era bipolare,con i due imperialismi che si fronteggiavano durante la “guerra fredda”, nel parlamento italiano erano contrapposti partiti di massa che rappresentavano le anime del paese, quella popolare-cattolica e quella social-comunista. Tuttavia, se ai tempi di Togliatti, Rodighiero di Castiglia (pseudonimo del “migliore”) poteva scrivere che …” avrebbe indossato scarponi coi chiodi per prendere a calci il Signor De Gasperi….”, qualche anno più tardi con il rinnovo generazionale del gruppo dirigente comunista, quelle espressioni e quella mentalità politica avrebbero lasciato il passo ad una rivisitazione riformistico-borghese della politica dei due partiti di impronta marxista, il socialista e quello comunista.
La lunga marcia di avvicinamento al potere e la progressiva evoluzione in senso borghese hanno instancabilmente proceduto senza ostacoli, uno solo dei quali, l’assassinio di Aldo Moro, avrebbe potuto (e stava per) assestare una drammatica battuta d’arresto. L’incontro-scontro tra le due anime del paese è avvenuto in parlamento, nelle sedi istituzionali ed nel confronto su tematiche di rilevante attualità politica, per quei tempi. Basti pensare al ruolo svolto dai cosiddetti miglioristi ( l’attuale Capo dello Stato Giorgio Napoletano e Napoleone Colajanni) che sotto la spinta di Giorgio Amendola furono determinanti nelle scelte economiche, specie in periodi di grave crisi energetica e di prodotto industriale.
Fu il periodo della riconversione industriale, nel segno di una marcata azione di contrafforti economici a favore delle imprese private, la Fiat innanzi tutto, con la promozione di una politica di riassetto industriale. Il risvolto fu anche negativo perchè purtroppo servì anche da preludio allo sviluppo di complessi parastatali, quelli della chimica e del settore energetico, nati più allo scopo di creare le premesse tangentizie che lo sviluppo occupazionale ed industriale. Il ruolo della sinistra, che, con Togliatti, fu dell’incontro della masse, mai dimenticando la funzione di lotta della classe operaia, fu derubricato a “pungolo” nei confronti del governo fino all’enunciazione della distinzione tra “ sinistra di governo”, quella socialista, e di “lotta” quella comunista. Venne anche enunciato il concetto di “ alternanza” sostanzialmente diverso da “alternativa”, presto messo in soffitta. Stabiliti i ruoli, la sinistra rinunciataria della lotta di classe scoprì la vocazione governativa, esplicitata poi nel mutamento degli assetti dirigenziali ed anche simbolici come la modifica di denominazione da PCI in PDS.
Alla luce di fatti odierni viene anche da pensare che il ruolo di Rifondazione Comunista sia tramontato con la scomparsa di dirigenti storici e fondatori come Lucio Libertini e Sergio Garavini e con la progressiva marcia cossuttiana verso le stanze (dei bottoni) sin dal Governo Cossiga-Cossutta ( D’Alema 1998-2000). La presenza organica di RC nel governo Prodi e nelle istituzioni lascia un vuoto a sinistra che non sarà facile colmare: la nascita del Partito Comunista dei Lavoratori, voluta da Marco Ferrando e Franco Grisolia ed ora imminente dopo la manifestazione di Roma, Cinema Barberini, del 18 giugno, può essere giudicata positivamente nella misura in cui questa colmerà il vuoto di una politica delle masse, non facilmente sostituibile con enunciazioni di prassi. Il contesto politico e sociale che si delinea è segnato da uno sfondo di pesante crisi di competitività del capitalismo italiano e di dissesto aggravato del bilancio pubblico.
Appare evidente che il quadro di governo sia segnato da elementi di fragilità, dagli imprevedibili effetti di prospettiva. Ma la coalizione cercherà di superare la fragilità degli equilibri parlamentari con il ricorso al più largo sostegno di tutti i poteri forti della società italiana (la grande industria, le grandi banche, innanzitutto, insoddisfatte dal rendimento di Berlusconi ed infine la burocrazia statale) entro una politica di nuova concertazione con l’insieme degli apparati sindacali e delle sinistre rappresentate nella coalizione (in primis RC). Si può già prevedere che questa concertazione, vagamente consociativa, possa ruotare attorno ad un programma di risanamento finanziario del debito pubblico ma non si possono escludere le consuete elargizioni di risorse pubbliche alle imprese (10 miliardi di riduzione del cuneo fiscale e nuove detassazioni del capitale), sullo sfondo di una perdurante crisi di stagnazione e di un’accentuata difficoltà nell’uso della leva fiscale sulle rendite. Ne conseguirà una nuova stagione di sacrifici che graverà sulla classe dei lavoratori dipendenti e dei piccoli autonomi. Il “governissimo” è dunque nelle cose: non perché vi saranno alcuni Presidenti di Commissione parlamentare della CdL ma perché il tratto politico-economico fallimentare, che la CdL ha fornito, ha fatto sì che essa, nelle cose politiche, venisse sostituita da quei poteri consolidati che stanno emergendo come contrafforti del Governo Prodi.
Allora, se il consociativismo politico e culturale degli anni Settanta del compromesso storico appare oggi come un processo di inevitabile incontro culturale tra due generazioni a confronto, tra due sfere della società in perenne valutazione comparativa, quello attuale è ben altra cosa che ben altre cose lascia presagire. Una sistematica occupazione del potere per un processo di garanzia del consolidato, una difesa ad oltranza dei poteri costituiti, una sistematica abiura della lotta di classe e delle classi prevaricate. La stessa, larvata e minuscola critica a Fausto Bertinotti che assiste alla parata militare ha un sapore d’antan e poco rilevante. Il Presidente della Camera andrà criticato, se mai, quando consentirà l’approvazione del refinanziamento alle missioni militari in Afganistan ed in Iraq. Allora sì, potremo criticarlo per aver deluso ed eluso il concetto di pace universale. Il consociativismo è relativo e funzionale ad un processo di omologazione della sinistra italiana alla fase di governo, seguendo orme consolidate di derivazione governativa dei dirigenti dei partiti operai. In questo la nascita del Progetto Comunista e del partito Comunista dei lavoratori va salutata come funzionale ad un superamento del vuoto politico che, come avviene in natura, anche in politica è destruente. Se il partito dei Comunisti Italiani e di RC occupano lo spazio della sinistra definita radicale per comodo, essendo relativa l’antitesi politica, quello di Ferrando e Grisolia ( al momento i massimi dirigenti) appare come movimento destinato ad occupare lo spazio politico della lotta di classe ed operaia che richiama concetti presi a prestito dalla Terza Internazionale nella speranza della rifondazione della Quarta Internazionale trotskysta ma che si devono sposare con le esigenze del lavoratore del XXI secolo.
Solo adeguando ed integrando le istanze attuali con i metodi di lotta operaia, questo movimento potrà avere successo. Né si può dimenticare che il processo internazionalistico di superamento delle frontiere della lotta operaia deve fare i conti con la globalizzazione che alla fine del XIX secolo era ben lontana. Ora invece negli ultimi due decenni si è intensificata la competizione fra i monopoli capitalistici internazionali alla ricerca della conquista di nuovi spazi di profitto e mercati con una nuova spartizione del mercato mondiale. La maggiore mobilità geografica conquistata dal capitale ha accentuato la concorrenza all’interno del proletariato a livello internazionale. Assistiamo dunque ad un processo competitivo tra i lavoratori, oggetto di sfruttamento delle forze produttive, con i lavoratori a più buon mercato. La stessa fenomenologia delle migrazioni, paradossalmente, facilita questo meccanismo autofagico e competitivo deostruente. Nei paesi arretrati si aggrava la condizione del lavoratore per il fallimento della piccola produzione e della produzione agraria,mentre nelle metropoli si manifesta un marcato arretramento dei diritti sociali. Perdita del minimo di sostentamento significa accentuare e far perdurare la perdita del diritto elementare che diviene merce di scambio con la sopravvivenza. A ciò consegue l’instabilità politica che porta alla guerra per il bottino e quindi anche il diritto alla pace viene perduto. Tutta questa fase di instabilità si può limitare solo con un processo di espansione e rafforzamento della protesta politica per i diritti elementari perduti. Riusciranno i nostri “eroi“ Ferrando e Grisolia a dare vita ad un processo non destruente ma costruente una nuova fase internazionalistica?

Saturday, June 24, 2006

Friday, June 23, 2006

APPELLO FINALE: LE RAGIONI DEL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

*) aldo ferrara

Sono dubbie le interpretazioni attraverso le quali la nostra Costituzione viene identificata come superata. Essa appare oggi straordinariamente attuale e nessuna altra Carta potrebbe meglio rispecchiare l’identità del popolo italiano ed anche di tutte le componenti etniche o linguistiche contenute. Essa esprime le pluralità delle culture e delle opinioni politiche esistenti nel momento storico in cui è stata progettata e rappresenta un felice punto di coagulo delle anime popolari che l’hanno concepita, quella socialista e quella popolare cattolica, senza minima esclusione delle altre componenti laiche della vita politica di quel particolare momento storico, quali Giustizia e Libertà, il mondo liberale di Piero Calamandrei e le stesse componenti reazionarie, quella monarchica e quella fascista.

La sua attualità non viene scalfita neanche dal logico e naturale divenire delle condizioni politiche, economiche e sociali verso cui la Costituzione mostra una flessibilità senza necessarie verifiche. Quando, come è avvenuto nella legge della devoluzione attualmente in verifica referendaria, la volontà del legislatore si applica all’aggiornamento degli assetti istituzionali dello Stato (Parte II della Costituzione) ed intacca, così facendo, i Principi fondamentali della Parte I, viene meno il principio stesso della garanzia e della tutela dei Principi fondamentali.

La stessa volontà di assicurare al paese un assetto federale è evidente nell’azione legislativa con le riforme costituzionali del 1999 e del 2001, riguardanti l’elezione diretta dei Presidenti delle Giunte regionali e l’autonomia statutaria delle Regioni e delle Province autonome che hanno tentato di dare delle risposte all’ esigenza di assicurare stabilità agli Esecutivi e di ripensare in chiave “federale” la forma di Stato. Tali esigenze sono peraltro evidenti, a livello di legislazione ordinaria, con l’entrata in vigore della legge 142/90, delle leggi elettorali sull’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti delle Province e delle leggi Bassanini sul decentramento amministrativo.

Da un lato le riforme più complessive della Costituzione, qualora siano veramente necessarie, presuppongono la condivisione piena da parte di tutte le forze politiche, a differenza di quanto avvenuto per opera dello stesso Governo Amato del 2001 con la riforma del Titolo V e ora con la riforma della Parte II del 2005 da parte del Governo di centro destra. E tuttavia manca un passaggio fondamentale che necessita di un approfondimento ed è quello del doversi concentrare più sul “metodo” che non già subito sul merito costituzionale. Infatti un primo passaggio riguarderebbe un aggiornamento dell’articolo 138 sulla revisione costituzionale con rivisitazione dei necessari vincoli per la maggioranza per una più efficace tutela delle minoranze parlamentari.

La riforma, oggetto del prossimo referendum, introduce in questo già assai problematico contesto, una forma di assetto federale che modifica nelle cose anche la Parte Prima della Costituzione intaccando il diritto alla salute ( art.32) ed anche ed anche i Principi fondamentali, a partire dal principio di eguaglianza, formale e sostanziale, previsto dall’ articolo 3.
La lesione di questo articolo comporta anche fondamentali problemi di competenze. Il preludio al federalismo fiscale, che è il vero obiettivo, neanche nascosto dalla riforma, contrasta fortemente con la perequazione dei salariati, la loro tutela sindacale e l’opportunità politica di creare non una condizione di pace tra lavoratori ed imprese bensì uno stato di conflitto permanente, preludio verso un dissidio sociale poco sanabile.
Non è peregrina quindi la presa di posizione dei sindacati confederali CGIL, CISL, UIL secondo i quali detta riforma “contrasta quindi nettamente con il modello di federalismo cooperativo e solidale, condiviso e sostenuto da per una forma di Stato che unisca il Paese valorizzandone le differenze, accrescendo responsabilità, efficienze ed efficacia, sostenendo sussidiarietà, istituzionale e sociale, promuovendo solidarietà, perseguendo più coesione nella giustizia”.

Né si possono escludere, in questo contesto condizioni sfavorevoli che possano compromettere l’unitarietà del contratto nazionale per le categorie dei settori interessati dal trasferimento delle competenze esclusive alle Regioni. Quanto poi al finanziamento delle competenze esclusive, la totale mancanza delle risorse necessarie, obbliga ad un sostanziale rinvio del modello di federalismo fiscale previsto dall’ articolo 119 della Costituzione e dei meccanismi di perequazione in esso contenuti: nell’ immediato si verificherebbero gravi ripercussioni sul territorio, in quanto il meccanismo legislativo funzionerebbe, e non potrebbe essere diversamente, a velocità plurime tante quante sono le Regioni, almeno quelle idonee per PIL e prodotto lordo a garantire la messa in moto della riforma stessa ed i servizi relativi.

Non si è lontani dal vero se si afferma che il meccanismo del conflitto delle competenze porterebbe sin da subito ad un appesantimento dei contenziosi, di fronte ai quali la Corte Costituzionale si troverebbe in palese difficoltà e duplice anche, interpretativa e logistica.

Si noti poi il conflitto ideologico derivante dall’ambiguità del processo federalista: da un lato di devoluzione di poteri e competenze agli enti periferici e dall’altro l’attribuzione di super-poteri al neo-Caudillo nella sua veste di Super Presidente del Consiglio dotato di amplissimi e centralizzati poteri. Ci si troverebbe di fronte ad un parlamento dotato di poteri minori di quanti non ne goda un parlamentino regionale o comunale.

Tale, solo apparente, disparità è manifesta della volontà delle destre di utilizzare il centro e la periferia come strumenti non di legiferazione bensì come poteri di ratifica delle decisioni “centralizzate” che non sono previste neanche nelle più arretrate collocazioni costituzionali presidenzialiste.

La strisciante volontà presidenzialista non può essere manifestata in questa riforma perché manca il requisito essenzial del ricorso al popolo, essendo la maggior parte dei regimi presidenzialisti ad elezione diretta. Nel caso italiano, e l’anomalia conferma la più vasta anomalia del bipolarismo molto imperfetto, la riforma affida a poteri locali la ratifica di decisioni centrali, bypassando il momento elettorale.

Alla luce di quanto sopra la tesi, sposata anche dai sindacati, secondo cui viene messa in crisi la democrazia partecipativa è peraltro pienamente condivisibile, per una malcelata discriminazione e riduzione dei poteri, prerogative e mandati delle assemblee elettive, ciò che mette anche in discussione anche la politica della concertazione. In definitiva anziché conferire un mandato rappresentativo più ampio, questa cosi detta riforma riduce, decapita ed elide i principi sacrosanti della rappresentatività popolare ed elettiva.

DEVOLUTION? NO GRAZIE, RISPONDE L’UNIVERSITA’

*aldo ferrara)

Forse i cittadini chiamati alle urne il 25 giugno prossimo per confermare o meno il Decreto Legge sulla Devolution, voluto da Calderoli e affini, non sanno che la devoluzione dei poteri agli enti locali è processo legislativo già riconosciuto ed identificato nell’ambito universitario come Autonomia. Voluta fortemente da Antonio Ruberti per dare trasparenza amministrativa e gestionale agli Atenei, la primigenia visione del Legislatore è stata completamente stravolta e sostituita da un Far West gestionale in cui dominano i privilegi, le usurpazioni e le corruzioni. Quindi noi conosciamo sufficientemente l’argomento per dire “ sì sarebbe stata buona cosa ma è stata male applicata”.
Diverso è l’ambito della Costituzione che sta per essere stravolta da una devolution totale che affida agli enti locali materie di primo interesse pubblico come sicurezza, sanità e scuola ed altro ancora di cui allo sviluppo successivo.
Per quanto l’argomento “riforme” sia più da addetti ai lavori, costituzionalisti, fini giuristi etc., è tale l’importanza del problema che non possiamo permettere che il dibattito su questo tema muoia prima di cominciare e l’epilogo è assai vicino. Più di un milione di firme raccolte vogliono e gridano che la Costituzione non venga stravolta con un provvedimento che la lacera in più punti. Ed i punti in sintesi sono due: i poteri del Premier e la funziona pubblica dello Stato affidata alle Regioni.
Il primo punto, come dice Giovanni Sartori, sempre acuto e sintetico, prevede non una Repubblica presidenziale, con un Presidente votato dai cittadini-elettori, vedi la Francia, bensì un Paese con una sorta di Caudillo, dotato di pieni poteri, sperando che abbia anche quelli intellettuali. Sarebbe dotato di potere di dimissionare i suoi stessi ministri e capace di mandare a casa le Camere ma soprattutto insensibile al richiamo del Capo dello Stato e soprattutto del Parlamento. Affidare la nostra democrazia parlamentare ad un solo uomo al comando, significherebbe pregiudicare la nostra capacità di evolvere verso una democrazia dell’alternanza, pregio di tutte le democrazie europee e traguardo che stiamo faticosamente raggiungendo.
Il secondo punto è la qualità di Stato: un conto è lo Stato che controlla e verifica l’offerta dei servizi indispensabili (sanità, scuola, sicurezza che sono quelli da devolvere alle regioni) un conto è lo Stato privato di queste prerogative di controllo, affidate a potentati locali. Ci si avvierebbe verso una condizione di sussidarietà permanente con la perdita assoluta dei poteri di controllo. Basti vedere quello che succede in Lombardia con una sanità tendenzialmente in via di concessione al privato od in parte privatizzata ma che comunque impegna l’86% del PIL lombardo creando così due risultati: carico della spesa erariale ed aumento di quella privata. Il cittadino lombardo paga la sanità quattro volte: con imposte dirette, con imposte indirette, con aumento della spesa privata (farmaceutica,ticket) e con la necessità di dover ricorrere alle cure specialistiche private quando le liste d’attesa impediscono un ricorso sanitario provvidenziale.
Privatizzare sanità, scuola e sicurezza sociale significa vendere o svendere quello che i nostri padri hanno faticosamente costruito in termini di previdenza per il futuro ed in pratica cassare anche le certezze per il futuro dei nostri giovani.
Si vuole in pratica sostituire la certezza delle regole per quel liberismo che in definitiva altro non è che libero arbitrio e quindi Far-West. Non possiamo consentirlo né per l’art.21 della Costituzione che garantisce la libertà di comunicazione (la legge Gasparri è obiettivamente liberticida), né per l’art. 11 che ripudia la guerra ( l’Italia combatte in numerosi fronti di guerra spacciati per umanitari) né per l’Art.32 che sancisce il ruolo dello Stato sul diritto alla salute per tutti nessuno escluso, povero o ricco che sia. Con questi provvedimenti su sanità e scuola si vuole operare un percorso politico ben preciso: dividere la società in una forbice perversa che preveda un ancestrale ritorno al passato: la società dei ricchi che possono curarsi e sopravvivere meglio e possono studiare di più, recarsi all’estero etc. Il solito metodo di Robin Hood alla rovescia. La Costituzione nata dalla Resistenza antifascista chiede un “no” secco giorno 25 giugno, salvo che il Governo non decida di porre rimedio subito con un decreto ad hoc. Di queste cosiddette riforme abbiamo avuto già esempio,infatti da tempo siamo tormentati dalla Legge sull’attuazione dell’Autonomia universitaria che applica il metodo federalista alla Calderoli. Senza controllo centrale, ogni Ateneo detta le proprie leggi in tema di autonomia finanziaria con i risultati che abbiamo visto. In assenza di certificazione da Società contabili, manca ogni regola nei bilanci fino ad inventarsi le spese “accessorie” per giustificare buchi finanziari. Senza parlare poi di autonomia gestionale delle Facoltà la cui programmazione è ormai rituale scaduto come lo yogurt e viene sostituito da cooptazioni o chiamate improvvise, inopportune e dovute a questa od a quella pressione. Senza regole e senza criteri quest’autonomia è già fallita e molti Presidi sono ormai Curatori di fallimenti annunciati.
Perché anche noi non chiediamo un referendum per correggere il tiro,di certo il Ministro Mussi non potrà tirarsi indietro.

( da Avvenire dei Lavoratori,Zurigo, ADL 0621.1)