Friday, June 23, 2006

APPELLO FINALE: LE RAGIONI DEL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

*) aldo ferrara

Sono dubbie le interpretazioni attraverso le quali la nostra Costituzione viene identificata come superata. Essa appare oggi straordinariamente attuale e nessuna altra Carta potrebbe meglio rispecchiare l’identità del popolo italiano ed anche di tutte le componenti etniche o linguistiche contenute. Essa esprime le pluralità delle culture e delle opinioni politiche esistenti nel momento storico in cui è stata progettata e rappresenta un felice punto di coagulo delle anime popolari che l’hanno concepita, quella socialista e quella popolare cattolica, senza minima esclusione delle altre componenti laiche della vita politica di quel particolare momento storico, quali Giustizia e Libertà, il mondo liberale di Piero Calamandrei e le stesse componenti reazionarie, quella monarchica e quella fascista.

La sua attualità non viene scalfita neanche dal logico e naturale divenire delle condizioni politiche, economiche e sociali verso cui la Costituzione mostra una flessibilità senza necessarie verifiche. Quando, come è avvenuto nella legge della devoluzione attualmente in verifica referendaria, la volontà del legislatore si applica all’aggiornamento degli assetti istituzionali dello Stato (Parte II della Costituzione) ed intacca, così facendo, i Principi fondamentali della Parte I, viene meno il principio stesso della garanzia e della tutela dei Principi fondamentali.

La stessa volontà di assicurare al paese un assetto federale è evidente nell’azione legislativa con le riforme costituzionali del 1999 e del 2001, riguardanti l’elezione diretta dei Presidenti delle Giunte regionali e l’autonomia statutaria delle Regioni e delle Province autonome che hanno tentato di dare delle risposte all’ esigenza di assicurare stabilità agli Esecutivi e di ripensare in chiave “federale” la forma di Stato. Tali esigenze sono peraltro evidenti, a livello di legislazione ordinaria, con l’entrata in vigore della legge 142/90, delle leggi elettorali sull’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti delle Province e delle leggi Bassanini sul decentramento amministrativo.

Da un lato le riforme più complessive della Costituzione, qualora siano veramente necessarie, presuppongono la condivisione piena da parte di tutte le forze politiche, a differenza di quanto avvenuto per opera dello stesso Governo Amato del 2001 con la riforma del Titolo V e ora con la riforma della Parte II del 2005 da parte del Governo di centro destra. E tuttavia manca un passaggio fondamentale che necessita di un approfondimento ed è quello del doversi concentrare più sul “metodo” che non già subito sul merito costituzionale. Infatti un primo passaggio riguarderebbe un aggiornamento dell’articolo 138 sulla revisione costituzionale con rivisitazione dei necessari vincoli per la maggioranza per una più efficace tutela delle minoranze parlamentari.

La riforma, oggetto del prossimo referendum, introduce in questo già assai problematico contesto, una forma di assetto federale che modifica nelle cose anche la Parte Prima della Costituzione intaccando il diritto alla salute ( art.32) ed anche ed anche i Principi fondamentali, a partire dal principio di eguaglianza, formale e sostanziale, previsto dall’ articolo 3.
La lesione di questo articolo comporta anche fondamentali problemi di competenze. Il preludio al federalismo fiscale, che è il vero obiettivo, neanche nascosto dalla riforma, contrasta fortemente con la perequazione dei salariati, la loro tutela sindacale e l’opportunità politica di creare non una condizione di pace tra lavoratori ed imprese bensì uno stato di conflitto permanente, preludio verso un dissidio sociale poco sanabile.
Non è peregrina quindi la presa di posizione dei sindacati confederali CGIL, CISL, UIL secondo i quali detta riforma “contrasta quindi nettamente con il modello di federalismo cooperativo e solidale, condiviso e sostenuto da per una forma di Stato che unisca il Paese valorizzandone le differenze, accrescendo responsabilità, efficienze ed efficacia, sostenendo sussidiarietà, istituzionale e sociale, promuovendo solidarietà, perseguendo più coesione nella giustizia”.

Né si possono escludere, in questo contesto condizioni sfavorevoli che possano compromettere l’unitarietà del contratto nazionale per le categorie dei settori interessati dal trasferimento delle competenze esclusive alle Regioni. Quanto poi al finanziamento delle competenze esclusive, la totale mancanza delle risorse necessarie, obbliga ad un sostanziale rinvio del modello di federalismo fiscale previsto dall’ articolo 119 della Costituzione e dei meccanismi di perequazione in esso contenuti: nell’ immediato si verificherebbero gravi ripercussioni sul territorio, in quanto il meccanismo legislativo funzionerebbe, e non potrebbe essere diversamente, a velocità plurime tante quante sono le Regioni, almeno quelle idonee per PIL e prodotto lordo a garantire la messa in moto della riforma stessa ed i servizi relativi.

Non si è lontani dal vero se si afferma che il meccanismo del conflitto delle competenze porterebbe sin da subito ad un appesantimento dei contenziosi, di fronte ai quali la Corte Costituzionale si troverebbe in palese difficoltà e duplice anche, interpretativa e logistica.

Si noti poi il conflitto ideologico derivante dall’ambiguità del processo federalista: da un lato di devoluzione di poteri e competenze agli enti periferici e dall’altro l’attribuzione di super-poteri al neo-Caudillo nella sua veste di Super Presidente del Consiglio dotato di amplissimi e centralizzati poteri. Ci si troverebbe di fronte ad un parlamento dotato di poteri minori di quanti non ne goda un parlamentino regionale o comunale.

Tale, solo apparente, disparità è manifesta della volontà delle destre di utilizzare il centro e la periferia come strumenti non di legiferazione bensì come poteri di ratifica delle decisioni “centralizzate” che non sono previste neanche nelle più arretrate collocazioni costituzionali presidenzialiste.

La strisciante volontà presidenzialista non può essere manifestata in questa riforma perché manca il requisito essenzial del ricorso al popolo, essendo la maggior parte dei regimi presidenzialisti ad elezione diretta. Nel caso italiano, e l’anomalia conferma la più vasta anomalia del bipolarismo molto imperfetto, la riforma affida a poteri locali la ratifica di decisioni centrali, bypassando il momento elettorale.

Alla luce di quanto sopra la tesi, sposata anche dai sindacati, secondo cui viene messa in crisi la democrazia partecipativa è peraltro pienamente condivisibile, per una malcelata discriminazione e riduzione dei poteri, prerogative e mandati delle assemblee elettive, ciò che mette anche in discussione anche la politica della concertazione. In definitiva anziché conferire un mandato rappresentativo più ampio, questa cosi detta riforma riduce, decapita ed elide i principi sacrosanti della rappresentatività popolare ed elettiva.

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