Friday, June 23, 2006

DEVOLUTION? NO GRAZIE, RISPONDE L’UNIVERSITA’

*aldo ferrara)

Forse i cittadini chiamati alle urne il 25 giugno prossimo per confermare o meno il Decreto Legge sulla Devolution, voluto da Calderoli e affini, non sanno che la devoluzione dei poteri agli enti locali è processo legislativo già riconosciuto ed identificato nell’ambito universitario come Autonomia. Voluta fortemente da Antonio Ruberti per dare trasparenza amministrativa e gestionale agli Atenei, la primigenia visione del Legislatore è stata completamente stravolta e sostituita da un Far West gestionale in cui dominano i privilegi, le usurpazioni e le corruzioni. Quindi noi conosciamo sufficientemente l’argomento per dire “ sì sarebbe stata buona cosa ma è stata male applicata”.
Diverso è l’ambito della Costituzione che sta per essere stravolta da una devolution totale che affida agli enti locali materie di primo interesse pubblico come sicurezza, sanità e scuola ed altro ancora di cui allo sviluppo successivo.
Per quanto l’argomento “riforme” sia più da addetti ai lavori, costituzionalisti, fini giuristi etc., è tale l’importanza del problema che non possiamo permettere che il dibattito su questo tema muoia prima di cominciare e l’epilogo è assai vicino. Più di un milione di firme raccolte vogliono e gridano che la Costituzione non venga stravolta con un provvedimento che la lacera in più punti. Ed i punti in sintesi sono due: i poteri del Premier e la funziona pubblica dello Stato affidata alle Regioni.
Il primo punto, come dice Giovanni Sartori, sempre acuto e sintetico, prevede non una Repubblica presidenziale, con un Presidente votato dai cittadini-elettori, vedi la Francia, bensì un Paese con una sorta di Caudillo, dotato di pieni poteri, sperando che abbia anche quelli intellettuali. Sarebbe dotato di potere di dimissionare i suoi stessi ministri e capace di mandare a casa le Camere ma soprattutto insensibile al richiamo del Capo dello Stato e soprattutto del Parlamento. Affidare la nostra democrazia parlamentare ad un solo uomo al comando, significherebbe pregiudicare la nostra capacità di evolvere verso una democrazia dell’alternanza, pregio di tutte le democrazie europee e traguardo che stiamo faticosamente raggiungendo.
Il secondo punto è la qualità di Stato: un conto è lo Stato che controlla e verifica l’offerta dei servizi indispensabili (sanità, scuola, sicurezza che sono quelli da devolvere alle regioni) un conto è lo Stato privato di queste prerogative di controllo, affidate a potentati locali. Ci si avvierebbe verso una condizione di sussidarietà permanente con la perdita assoluta dei poteri di controllo. Basti vedere quello che succede in Lombardia con una sanità tendenzialmente in via di concessione al privato od in parte privatizzata ma che comunque impegna l’86% del PIL lombardo creando così due risultati: carico della spesa erariale ed aumento di quella privata. Il cittadino lombardo paga la sanità quattro volte: con imposte dirette, con imposte indirette, con aumento della spesa privata (farmaceutica,ticket) e con la necessità di dover ricorrere alle cure specialistiche private quando le liste d’attesa impediscono un ricorso sanitario provvidenziale.
Privatizzare sanità, scuola e sicurezza sociale significa vendere o svendere quello che i nostri padri hanno faticosamente costruito in termini di previdenza per il futuro ed in pratica cassare anche le certezze per il futuro dei nostri giovani.
Si vuole in pratica sostituire la certezza delle regole per quel liberismo che in definitiva altro non è che libero arbitrio e quindi Far-West. Non possiamo consentirlo né per l’art.21 della Costituzione che garantisce la libertà di comunicazione (la legge Gasparri è obiettivamente liberticida), né per l’art. 11 che ripudia la guerra ( l’Italia combatte in numerosi fronti di guerra spacciati per umanitari) né per l’Art.32 che sancisce il ruolo dello Stato sul diritto alla salute per tutti nessuno escluso, povero o ricco che sia. Con questi provvedimenti su sanità e scuola si vuole operare un percorso politico ben preciso: dividere la società in una forbice perversa che preveda un ancestrale ritorno al passato: la società dei ricchi che possono curarsi e sopravvivere meglio e possono studiare di più, recarsi all’estero etc. Il solito metodo di Robin Hood alla rovescia. La Costituzione nata dalla Resistenza antifascista chiede un “no” secco giorno 25 giugno, salvo che il Governo non decida di porre rimedio subito con un decreto ad hoc. Di queste cosiddette riforme abbiamo avuto già esempio,infatti da tempo siamo tormentati dalla Legge sull’attuazione dell’Autonomia universitaria che applica il metodo federalista alla Calderoli. Senza controllo centrale, ogni Ateneo detta le proprie leggi in tema di autonomia finanziaria con i risultati che abbiamo visto. In assenza di certificazione da Società contabili, manca ogni regola nei bilanci fino ad inventarsi le spese “accessorie” per giustificare buchi finanziari. Senza parlare poi di autonomia gestionale delle Facoltà la cui programmazione è ormai rituale scaduto come lo yogurt e viene sostituito da cooptazioni o chiamate improvvise, inopportune e dovute a questa od a quella pressione. Senza regole e senza criteri quest’autonomia è già fallita e molti Presidi sono ormai Curatori di fallimenti annunciati.
Perché anche noi non chiediamo un referendum per correggere il tiro,di certo il Ministro Mussi non potrà tirarsi indietro.

( da Avvenire dei Lavoratori,Zurigo, ADL 0621.1)

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